La Westminster Magistrates’ Court di Londra ha emesso, questa mattina, l’ordine formale di estradizione negli Usa per Julian Assange. Dopo la conferma della ministro degli Interni del Regno Unito Priti Patel, il fondatore di Wikileaks sarà trasferito negli Stati Uniti, dove rischia una condanna a 175 anni di carcere.
Perché? Per aver rivelato documenti classificati, pubblicati poi dalle maggiori testate giornalistiche mondiali, con cui ha fornito le prove dei crimini di guerra commessi dagli USA in Afghanistan e in Iraq, ha documentato le torture riservate ai prigionieri (anche a quelli catturati per errore) e ha svelato documenti (i cablogrammi) che testimoniano le pesanti ingerenze americane nella politiche (estere, ma non solo) degli altri Paesi, alleati e non.
Assange e la sua associazione, grazie al coraggio di chi ha fornito loro l’accesso a documenti riservati (come Chelsea Manning ed Edward Snowden), ha fornito all’opinione pubblica mondiale una mole di documenti e di notizie unica nella storia dell’umanità, ancora utile oggi, anche una decina di anni dopo la loro pubblicazione.

Non solo Assange non ha guadagnato nulla dal suo lavoro, ma ha pure perso la propria libertà: per 9 anni è stato costretto a vivere recluso in una stanza dell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, per poi passarne altri 3 nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, sempre a Londra. Su di lui pendevano due accuse di stupro, rivelatesi totalmente inconsistenti, ma funzionali all’obiettivo delle grandi potenze occidentali: zittire Assange, Wikileaks e chiunque avesse in mente di pubblicare documenti scomodi.
Tutta la vicenda è magistralmente raccontata nel libro di Stefania Maurizi Il potere segreto. Perché vogliono distruggere Julian Assange. Un libro da leggere, non solo per sapere tanto di ciò che c’è da sapere sul caso Assange, ma anche per la capacità della giornalista del Fatto Quotidiano di intrecciare le vicende del fondatore di Wikileaks con quelle della storia contemporanea.
Qualcuno sostiene che, rivelando certi crimini, Assange e i suoi sodali abbiano fatto il gioco di Putin. Un artificio retorico, con cui le colpe dei crimini stessi vengono addossate non a chi li ha commessi, ma a chi li ha denunciati: nessuno, per l’uccisione documentata di civili afghani e iracheni, ha pagato un solo dollaro o con un solo minuto in carcere, mentre Assange è stato costretto a vivere come il peggiore dei criminali, senza poter vedere crescere i propri figli (concepiti in “cattività”, insieme alla moglie, l’avvocata Stella Moris Assange) e lontano dall’affetto dei propri genitori.
“Da noi i giornalisti non finiscono in carcere“, ha affermato qualche sera fa Lilli Gruber. Sicuramente una dimenticanza la sua, comune a tanti smemorati dei nostri salotti televisivi. O, forse, Assange non è degno di essere considerato un giornalista, ma piuttosto una spia. Come tale verrà processato, a breve, nei democraticissimi Stati Uniti d’America, la patria della libertà. Il processo ad Assange, oltre a rappresentare un’evidente attacco personale all’attivista australiano (apparso assai dimagrito oggi in udienza), pone in grave pericolo la libertà di stampa: cosa succederà ai giornalisti che pubblicheranno informazioni riservate che, se rivelate, andrebbero contro agli interessi degli Stati Uniti d’America?