La coerenza, la schiettezza e la sincerità sono diventare merce talmente rara, nel mondo d’oggi, che quando una persona riesce nell’impresa di non essere travolto dalla melma di ipocrisia e falsità, che ha ormai inghiottito ogni angolo del nostro mondo, viene definita “divisiva”. Anche a Sinisa Mihajlovic è stata, più volte, appiccicata in fronte questa etichetta. Già durante la sua carriera da calciatore, ma ancor di più una volta appese le scarpette al chiodo e intrapresa – proprio nella Bologna in cui quel percorso si è bruscamente interrotto – quella di allenatore.
A costo di apparire rude, maleducato o antipatico, Mihajlovic ha sempre detto ciò che ha pensato. Magari con qualche parolaccia, necessario orpello per completare l’immagine di cattivo che si era costruito negli anni e che lui stesso mostrava con orgoglio, con quella strafottenza che solo un duro e puro come lui poteva sfoggiare, senza alcuna vergogna, anzi.
Chissà, probabilmente anche quella che si era costruito negli anni era una maschera, necessaria a tenere alla larga approfitt-attori e falsi da una parte e a non vedersi riconosciuto nulla di più di ciò che l’uomo Mihajlovic era stato in grado di conquistarsi, diventando ciò che era diventato. Non conoscevo la persona Sinisa, ma che fosse dannatamente orgoglioso lo si capiva anche solo osservandolo alla tv, dentro a un campo da calcio o davanti a un microfono.
Quel ragazzo nato a Vukovar il 20 febbraio di 53 anni fa aveva dovuto lottare dal primo giorno, aveva dovuto sporcarsi le mani e sputare sangue, per diventare ciò che era. Mai avrebbe potuto accettare un trattamento di favore, un regalo, qualcosa che non gli fosse dovuto. Mai, neppure nella malattia, anche quella più atroce e malefica che lo ha portato via per sempre. Quella malattia, che lo ha colpito all’improvviso così duramente, ci ha permesso di intravedere qualcosa di quell’uomo, di cui solo la sua famiglia e gli affetti più intimi hanno potuto godere appieno. Non era l’abito quello l’abito con cui voleva apparire in pubblico, come fece chiaramente capire nel corso di quella finistra di vita che riuscì a ritagliarsi tra la prima diagnosi e la ricaduta della scorsa primavera.
Un tipo – e che tipo! – orgoglioso come Mihajlovic non avrebbe mai potuto accettare di diventare qualcosa di diverso dall’allenatore del Bologna, come gli venne proposto dalla società nel momento in cui maturò la scelta di sollevarlo dall’incarico, né avrebbe potuto dimettersi. Non certo per una questione di soldi, ma perché farlo avrebbe significato, per Sinisa Mihajlovic, tradire se stesso.
Lungi da me dipingere un ritratto agiografico dell’uomo che oggi ha abbandonato la vita terrena. A dire il vero, non ho condiviso, né tantomeno apprezzato, tantissime cose dette e fatte da lui, come del resto il suo modo francamente maleducato e strafottente di rapportarsi con gli altri. Ancora meno potevo simpatizzare per alcune sue amicizie “scomode”, una in particolare; amicizie che non ha mai rinnegato, proprio per non essere uno dei tanti ipocriti che sicuramente biasimava.
Sinisa Mihajlovic mi è stato sul cazzo, e di brutto, più di una volta, come immagino a tanti altri, ma solo in tempi recenti, anche per le vicende che hanno attraversato la mia, di vita, ho potuto provare viva ammirazione per l’invidiabile genuinità e la ruvida franchezza che lo connotavano. In un mondo di sciatti ipocriti, caro Sinisa, mancherai tanto.