Marco Francia

Pensieri, parole, emozioni

La Westminster Magistrates’ Court di Londra ha emesso, questa mattina, l’ordine formale di estradizione negli Usa per Julian Assange. Dopo la conferma della ministro degli Interni del Regno Unito Priti Patel, il fondatore di Wikileaks sarà trasferito negli Stati Uniti, dove rischia una condanna a 175 anni di carcere.

Perché? Per aver rivelato documenti classificati, pubblicati poi dalle maggiori testate giornalistiche mondiali, con cui ha fornito le prove dei crimini di guerra commessi dagli USA in Afghanistan e in Iraq, ha documentato le torture riservate ai prigionieri (anche a quelli catturati per errore) e ha svelato documenti (i cablogrammi) che testimoniano le pesanti ingerenze americane nella politiche (estere, ma non solo) degli altri Paesi, alleati e non.

Assange e la sua associazione, grazie al coraggio di chi ha fornito loro l’accesso a documenti riservati (come Chelsea Manning ed Edward Snowden), ha fornito all’opinione pubblica mondiale una mole di documenti e di notizie unica nella storia dell’umanità, ancora utile oggi, anche una decina di anni dopo la loro pubblicazione.

Non solo Assange non ha guadagnato nulla dal suo lavoro, ma ha pure perso la propria libertà: per 9 anni è stato costretto a vivere recluso in una stanza dell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, per poi passarne altri 3 nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, sempre a Londra. Su di lui pendevano due accuse di stupro, rivelatesi totalmente inconsistenti, ma funzionali all’obiettivo delle grandi potenze occidentali: zittire Assange, Wikileaks e chiunque avesse in mente di pubblicare documenti scomodi.

Tutta la vicenda è magistralmente raccontata nel libro di Stefania Maurizi Il potere segreto. Perché vogliono distruggere Julian Assange. Un libro da leggere, non solo per sapere tanto di ciò che c’è da sapere sul caso Assange, ma anche per la capacità della giornalista del Fatto Quotidiano di intrecciare le vicende del fondatore di Wikileaks con quelle della storia contemporanea.

Qualcuno sostiene che, rivelando certi crimini, Assange e i suoi sodali abbiano fatto il gioco di Putin. Un artificio retorico, con cui le colpe dei crimini stessi vengono addossate non a chi li ha commessi, ma a chi li ha denunciati: nessuno, per l’uccisione documentata di civili afghani e iracheni, ha pagato un solo dollaro o con un solo minuto in carcere, mentre Assange è stato costretto a vivere come il peggiore dei criminali, senza poter vedere crescere i propri figli (concepiti in “cattività”, insieme alla moglie, l’avvocata Stella Moris Assange) e lontano dall’affetto dei propri genitori.

Da noi i giornalisti non finiscono in carcere“, ha affermato qualche sera fa Lilli Gruber. Sicuramente una dimenticanza la sua, comune a tanti smemorati dei nostri salotti televisivi. O, forse, Assange non è degno di essere considerato un giornalista, ma piuttosto una spia. Come tale verrà processato, a breve, nei democraticissimi Stati Uniti d’America, la patria della libertà. Il processo ad Assange, oltre a rappresentare un’evidente attacco personale all’attivista australiano (apparso assai dimagrito oggi in udienza), pone in grave pericolo la libertà di stampa: cosa succederà ai giornalisti che pubblicheranno informazioni riservate che, se rivelate, andrebbero contro agli interessi degli Stati Uniti d’America?

Ammetto di essere in grande, enorme difficoltà. Pur apprezzando qualsiasi iniziativa a favore di chi soffre, e tra questi anche il popolo ucraino travolto dalla guerra, non riesco a non provare un certo disturbo, soprattutto nel vedere, tra i prodighi, anche coloro i quali, nei mesi scorsi, hanno accettato, se non addirittura sostenuto, che alcuni loro conoscenti, parenti e amici venissero spogliati della loro dignità, prima ancora dei più basilari loro diritti, per una loro libera scelta.

Non riesco a credere nelle buone intenzioni di chi, con una ferocia inusitata, ha escluso dal lavoro e da ogni forma di sussistenza padri e madri, dallo sport e da ogni altra attività sociale incolpevoli ragazzi (su cui grava tuttora un’inaccettabile discriminazione nell’accesso allo studio), dalle mense e dalla carità chi non fosse in possesso di un inutile lasciapassare. Perché tanta cattiveria prima, verso persone che vivono insieme a noi, a cui si è voluto bene, che si sono anche amate, e ora tanta, lodevole, carità per persone sconosciute, lontane che – tra l’altro (ma questo è un dettaglio) – sono, per la maggior parte assimilabili ai disertori dell’italica campagna vaccinale anti-covid?

Io che quella ferocia ho deciso di subirla, perdendo tempo, salute, rapporti e probabilmente anche il lavoro, non riesco proprio a farmi andare giù questa evidente ipocrisia. Ipocrisia che è il vero valore fondante della società in cui viviamo. Fortunatamente, questa doppia morale è propria di una minoranza; consistente, ma minoranza. Perché a fianco di quelle persone, un tempo care, che ora tolgono il saluto, provano “il più sincero disprezzo”, sparlano di chi ha, magari sbagliando, ha fatto un’altra scelta, ce ne sono tante altre che, come hanno sempre fatto, ti danno una mano e ti vogliono bene, anche se non la pensi come loro.

Non ringrazierò mai abbastanza chi si è seduto a un tavolo all’aperto, con temperature prossime allo zero, pur di non escludermi da una serata tra amici, o chi mi ha aiutato quando, dalla sera alla mattina, mi sono trovato a casa dal lavoro. Molti non hanno perso un secondo del loro tempo nemmeno per esprimermi la loro vicinanza, ma altri, preziosissimi, mi hanno aiutato davvero tanto. Questa è la vera e sincera generosità: quella che arriva anche a chi è diverso da te, quella che non discrimina, quella che aiuta senza giudicare.

Il resto è, come dicevo, ipocrisia. Un’ipocrisia diversa da quella che ci ha portati a preoccuparci, per un paio di giorni, del destino dei nostri fratelli afghani, prima di dimenticarci completamente di loro, ma pur sempre ipocrisia. Ipocrisia di cui, purtroppo, le persone che occupano ruoli di responsabilità e potere sono i principali portatori.

Lo confesso candidamente: ho trovato rivoltante la proposta dei sindaci dell’API (l’Associazione per le Autonomie) di estendere l’obbligo di possesso Green Pass per alunni e studenti delle scuole elementari, medie e superiori. Con questo spirito, mi sono approcciato al confronto, per lavoro, con il sindaco di Bologna Matteo Lepore, all’indomani dell’adesione a mezzo stampa del primo cittadino all’appello dell’API. L’occasione, questa mattina, è stata un appuntamento del sindaco al Parco Primo Levi di via del Terrapieno, per la piantumazione di alcuni alberi.

L’intitolazione a Levi del parco mi ha spinto a chiedere al sindaco come, secondo lui, il chimico e scrittore torinese, prigoniero per più di un anno del campo di concentramento di Auschwitz, avrebbe commentato la proposta dei sindaci. Levi, fino alla morte, ha instancabilmente raccontato la sua esperienza nei lager, ammonendo al tempo stesso sul pericolo del ritorno di un fascismo, non per forza uguale a quello del Ventennio, ma ugualmente pericoloso. «Il fascismo è la consacrazione del privilegio e della disuguaglianza», aveva detto Levi, in una celebre intervista alla Rai.

«Credo che questa sia una domanda non propriamente adeguata al momento che stiamo vivendo», ha risposto Lepore, aggiungendo: «Bisognerebbe andare nelle corsie degli ospedali e vedere i bambini intubati, per rendersi conto che siamo di fronte a un rischio per la vita di tutti quanti». Lo ammetto: il pensiero di avere, in quel momento, i miei tre figli a scuola mi ha terrorizzato. La loro vita era a rischio! Fortunatamente, sono riuscito a tenere saldi i nervi, ad ascoltare tutto ciò che Lepore aveva da dire – tra poco ci ritorneremo – e a cercare il modo più adeguato per seguire il suo suggerimento.

Non potendo visitare le corsie degli ospedali per ovvie ragioni di sicurezza, ho contattato le aziende sanitarie e ospedaliere del territorio, per sapere quanti bambini e ragazzi sotto i 18 anni fossero ricoverati per Covid nelle pediatrie della Città metropolitana di Bologna. I genitori del territorio avevano tutto il diritto di sapere quale rischio stessero correndo i loro figli andando a scuola! Bene, sia l’ufficio stampa del Policlinico di Sant’Orsola, sia quello dell’Ausl di Bologna, mi hanno risposto che attualmente nessun under18 è ricoverato per Covid nelle loro strutture. Alcuni, tra bambini e ragazzi, accedono ogni giorni nei pronto soccorso ospedalieri, ma tutti o quasi vengono immediatamente rimandati a casa. Nelle settimane scorse, un ragazzino è stato costretto alla c-pap per qualche giorno, con esito favorevole, e un altro Covid+ è stato ricoverato per ragioni non Covid relate.

Un’immagine fotografata in maniera nitida, nel pomeriggio, anche dal direttore dell’Ausl di Bologna Paolo Bordon. «Al momento non abbiamo nessun bambino ricoverato con sintomatologia Covid», ha detto Bordon, rispondendo a una mia domanda sul tema, a margine dell’inaugurazione del nuovo centro vaccinale di Casalecchio di Reno. «Sui piccoli – ha aggiunto il direttore dell’Ausl di Bologna – abbiamo un altro tipo di emergenza, quella delle brionchioliti (causate, nei piccolissimi, dal Virus Respiratorio Sincinziale, ndr). Nella nostra pediatria abbiamo più del doppio dei ricoverati, rispetto alla normale disponibilità di letti. Come una pandemia nella pandemia», ha suggerito Bordon, sottolineando come l’epidemia da Virus Respiratorio Sinciziale abbia colpito Bologna, come il resto del Nord Italia, a partire da settembre, con almeno un paio di mesi di anticipo rispetto a un epidemia che, in genere, ha il suo picco tra gennaio e febbraio.

Il direttore della Azienda Usl di Bologna Paolo Bordon conferma che, il 20 dicembre 2021, nessun minorenne è ricoverato per Covid nelle strutture del territorio

Chiusa questa doverosa parentesi, torniamo a Lepore. È accettabile che il sindaco di una Città metropolitana terrorizzi la popolazione con affermazioni false, per giustificare una proposta politica che, dal punto di vista sanitario prima e costituzionale poi, è semplicemente irricevibile? La responsabilità che il ruolo istituzionale ricoperto da Lepore implica, richiederebbe tutt’altro tipo di comportamento. «La vaccinazione può salvare tante vite», ha aggiunto Lepore, in coda alle dichiarazioni riportate in precedenza. Se questa affermazione è vera per vaccini diversi da quello anti-Covid e per gli stessi prodotti attualmente disponibili per ridurre l’incidenza della malattia sintomatica da Sars-Cov-2, non si può dire altrettanto, con eguale certezza, riguardo agli effetti di questi farmaci nella popolazione pediatrica. Per quanto il messaggio veicolato dai media main stream sia uno e soltanto uno, il dibattito in merito nella comunità scientifica è tutt’altro che chiuso.

Dopo aver dato il meglio di sé, il sindaco ha poi voluto completare l’opera con una serie di considerazioni sulle attuali criticità in seno alla scuola pubblica: «A Bologna abbiamo, purtroppo, centinaia di famiglie a casa in quarantena, anche a causa di un tracciamento che non sta funzionando a dovere». Caro sindaco, è normale che 1) dopo due anni di pandemia, 2) in un momento in cui centinaia di migliaia di persone sono costrette a sottoporsi ogni due giorni, a proprie spese, a un inutile screening con tamponi rapidi per poter lavorare, usufruire dei mezzi pubblici e partecipare – molto parzialmente – ad alcune attività sociali, 3) con una parte, sia pur minoritaria, di personale sanitario escluso, in un momento di emergenza, dal lavoro; è normale, chiedevo, che in un contesto del genere, il sistema di tracciamento nelle scuole, di fatto, non esista?

I dirigenti scolastici, peraltro, dispongono le quarantene per intere classi, anche in presenza di un solo caso di positività riscontrato nelle stesse, quando i protocolli ministeriali, pur lasciando ampio margine di manovra ai presidi, indicano in tre i numeri di casi per l’attivazione della quarantena per l’intera classe. Insomma, a due anni dall’inizio dell’emergenza pandemica, con quasi il 90% della popolazione over12 vaccinata, la quarantena è ancora il più importante strumento – se non l’unico – di contenimento più utilizzato in ambito scolastico. «Ci sono tanti ragazzi delle scuole medie e superiori, che si stanno astenendo dall’andare a scuola», ha sottolineato Lepore. Complimenti sindaco! C’è da andarne fieri!

«C’è, in questo momento, anche il fenomeno del ritiro sociale dei ragazzi», ha aggiunto ancora Lepore, «che sta ferendo profondamente tantissime persone e, quindi, pensare che, in questa fase, si possa guardare con indifferenza a ciò che sta succedendo nel mondo della scuola, è sbagliato». A chi è rivolta quest’accusa, sindaco? Considerando l’immobilismo delle istituzioni tutte sul fronte scuola, con istituti uguali identici a due anni fa, lavori di adeguamento e ampliamento degli spazi fermi, in ritardo o mai partiti, classi popolate da 25-30 studenti, assunzioni di personale ampiamente insufficienti e chi più ne ha più ne metta, pare più una confessione, che un atto di accusa – rivolto a chi, non si sa. Se la scuola, in qualche modo, funziona ancora, è solo ed esclusivamente grazie all’instancabile lavoro della maggioranza del personale della scuola, all’impegno delle famiglie e al quotidiano sacrificio dei bambini, costretti a vivere la scuola con modalità che, non più tardi di due anni fa, sarebbero state ritenute inaccettabili.

Tutto qui? Certo che no! Manca ancora la ciliegina sulla torta. «A parlare – ha precisato lo scaltro Lepore – è una persona che considera fondamentale l’obbligo vaccinale. Nel nostro Paese non è possibile realizzarlo», ha sottolineato sconsolato Lepore. «Esiste però già nella scuola un numero importante di malattie per cui si viene vaccinati con l’obbligatorietà». Soprassedendo sul farraginoso uso della nostra lingua, non ho potuto esimermi dal far notare a Lepore che questa obbligatorietà non compromette la possibilità, per bambini e ragazzi, di frequentare la scuola dell’obbligo. «La scuola è aperta a tutti», ho fatto a notare a Lepore, citando l’incipit dell’articolo 34 della Costituzione.

«La scuola è aperta a tutte le persone che devono rispettare gli altri», ha asserito Lepore, interpretando in modo del tutto personale la Carta costituzionale. «La DAD è una realtà di fatto, non potendoci essere l’obbligo vaccinale», la brillante chiosa finale di Lepore, che sembra non essersi ancora accorto che i prodotti vaccinali anti-Covid attualmente disponibili, oltre a essere obsoleti (perché realizzati sulla base di una variante virale molto diversa da quelle attualmente circolanti), conferiscono una protezione transitoria, e tutt’altro che ottimale, sulla possibilità di contrarre e diffondere il virus. Se questo è un sindaco…

L’integrale dell’intervista al sindaco Lepore

In questi esatti istanti, un anno fa, stavo parlando per l’ultima volta con mia mamma. Lei non poteva sentirmi: erano i suoi ultimi attimi, passati su un letto della rianimazione del Maggiore. Non credo mi avrebbe capito, anche avesse potuto, rotte com’erano le parole che le rivolgeva da un pianto a cui, nei mesi successivi, mi sarei abituato. Ricordo l’umanità di un infermiere, che provò a sostenermi in quei momenti, e la disumanità di altre persone che si trovavano lì, chissà perché, ma questo è un altro racconto.

Appena 48 ore aveva preparato i tortelloni insieme ai suoi nipoti. Li mangiammo a casa sua, mentre lei iniziava a stare male. Ricordo come fossero ieri tante istantanee di quei giorni: il ritorno a casa dal lavoro, con mia madre in piedi, davanti alla sfoglia, e Giacomo e Lucia ai suoi lati; Giacomo che entra in bagno per dirmi di sbrigarmi, ché la nonna ha un po’ di mal di pancia; i conati di mia mamma davanti al lavandino, dopo che non era stata con noi a tavola e nemmeno in cucina; lei che, sdraiata sul letto a pancia in giù, mi rassicura dicendomi di stare meglio e io, ingenuo come non mai, che le credo e le lascio il telefono di fianco al cuscino, dicendole di chiamarmi, avesse avuto bisogno.

I ricordi che più mi fanno male, che a un anno di distanza mi impediscono ancora di entrare in casa sua, sono però due suoni: la sua voce che, la mattina seguente, mi chiama appena entrato in casa, chiedendomi di aiutarla, dalla cucina, in cui era sdraiata a terra; “Ma perché? Lì vado a stare peggio!”, urlato con disapprovazione poco dopo, quando l’avevo avvisata che avevo appena chiamato l’ambulanza. Era confusa, assente, spaventata, stanca. Le ho fatto le ultime carezze mentre era seduta sulla poltrona, in attesa che l’ambulanza la caricasse e la portasse via per sempre. Ricordo ancora oggi la sua pelle, vellutata nonostante l’età. Ricordo anche i suoi occhi, le sclere ingiallite, lo sguardo perso.

Le 28 ore successive sono state le più nere della mia vita. Le chiamate dall’ospedale dipingevano un quadro sempre peggiore, che già nel primo pomeriggio era diventato chiarissimo. Avevo da poco lasciato andare mia madre convinto che, in un modo o in un altro, sarebbe tornata, ma realizzai presto che non sarebbe stato così. I bambini, nel frattempo, avevano fatto alcuni disegni da portare alla nonna in ospedale, per darle forza. Glieli portai lo stesso, lasciandoglieli sulla pancia prima di dirle definitivamente addio.

L’avevo sognata tutta la notte, nella dormiveglia di chi è inquieto per una notizia che deve arrivare, ma non si sa quando. Non ricordo quasi mai i sogni che faccio, ma l’immagine con cui mia madre mi apparve quella notte ce l’ho ben impressa nella memoria, per quanto mi sia impossibile descriverla a parole.

Avevo dimenticato lo zaino, prima di uscire dalla rianimazione. Nel tornare a prenderlo, una dottoressa cercò di fermarmi. Era chiaro: voleva dirmi quello che non volevo sentirmi dire. Feci finta di nulla, mi voltai e scappai. Poco dopo arrivò la fatidica chiamata. Erano le 14:31 e lei se n’era andata 6 minuti prima.

Mi piacerebbe molto riuscire a credere che lei sia ancora qui con me, in qualche modo. Il vuoto, la mancanza di lei che sento ogni giorno, sono troppo grandi per farmi anche solo sperare che possa essere così. Mi manchi, mamma. L’unica cosa che so è che, che tu ci sia ancora o no, continuerò ad amarti come sempre, finché ne avrò modo.

Categorie: Io

Con tutti i cervelli in fuga dall’Italia, perché proprio quello di Burioni è rimasto in Italia? Perché? Cosa abbiamo fatto di male?

Qualcuno spieghi al simpatico professore – come a Serra e a Gramellini, che oggi, con una sincronia davvero sorprendente hanno espresso, su Repubblica e Corriere, il medesimo concetto – che chi si è vaccinato contro il Covid è una sicuramente una persona magnifica, meritevole di ogni lode, se non della beatificazione per il suo spiccato e disinteressato altruismo; è di certo tutto questo, ma non un cittadino che ha fatto il proprio dovere. Perché, chiederete? Perché la vaccinazione anti-Covid, fatta eccezione per il personale sanitario per cui è previsto l’obbligo, non è un dovere.

Non lo dico io, ma le leggi che lo Stato si è dato fino a oggi. Si può parlare al massimo di dovere morale, anche se in uno Stato che si professa laico è più chiacchiera da bar che altro, non di dovere nel senso giuridico del termine. Il paragone con le tasse e l’evasione fiscale, poi, non è che l’ennesima baggianata [cari saluti al ducetto di Campogalliano] che ci è stata propinata dal popolo degli illuminati. Sarebbe un po’ come pretendere che venga comminata una multa a una persona, perché non fa beneficenza (atto assolutamente meritorio e lodevole, ci mancherebbe).

Non ho scelto a caso la beneficenza, perché una delle possibili critiche che potrebbero essermi mosse è: “E l’articolo 2 della Costituzione?“. In effetti, nel suddetto articolo si parla di “adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale“. La vaccinazione anti-Covid può, in una certa misura, rientrare tra questi. E’ chiaro da subito, però, che la Carta costituzionale non parli di doveri ben precisi, immediatamente identificabili: un cittadino può assolvere al proprio dovere di solidarietà lavorando e pagando le tasse, contribuendo così, per esempio, alle spese necessarie per la sanità e per l’acquisto degli stessi vaccini.

Le 80 e passa milioni di dosi di vaccino anti-Covid che abbiamo somministrato, checché ne dicano Burioni & Co., non erano gratuite, ma sono state pagate alle case farmaceutiche che le hanno prodotto con il denaro pubblico. Denaro raccolto anche grazie a chi, durante il lockdown e i mesi più duri dell’emergenza Covid, ha continuato a lavorare – come il sottoscritto, o i portuali di Trieste, Genova e delle altre città italiane – in un contesto di potenziale pericolo molto, molto più elevato rispetto a quello attuale.

Burioni, come da lui stesso suggerito più volte, si limiti a parlare di quel che conosce, : meglio il cinema della virologia eh, perché in quest’ultimo ambito, di sciocchezze (e bugie), gliene sono scappate fin troppe. Ripeto: siete stati magnifici, davvero magnifici a correre il rischio di farvi inoculare un prodotto farmaceutico “efficacissimo e sicurissimo” (ma allora che rischio c’è?!), “testato come nessun altro farmaco nella storia dell’umanità” (tanto che Burioni & Co. sono stati costretti a bombardarci giornalmente sulla bontà dei vaccini a mRNA, mentre per il povero Vaxzevria e per il vaccino di Janssen nessuno si è sentito in dovere di produrre lo stesso hype) e con tante altre qualità nascoste che ancora ignoriamo.

Lo sappiamo che, anche se non ve l’ha chiesto nessuno, lo avete fatto per noi poveri bifolchi, riottosi, complottisti, fascisti, egoisti, pornostar…, e di questo, davvero, vi siamo grati: senza di voi non saremmo mai usciti dalla pandemia – pensandoci bene, non ci siamo ancora usciti, nemmeno in Italia, dove si è vaccinato l’85% di chi poteva farlo. Un giorno vi dedicheranno vie e piazze, verrete ricordati come i salvatori del pianeta e il genere umano potrà ricordarvi come gli eroi dei nostri tempi, gli illuminati che hanno sconfitto l’ignoranza.

Ora, però, piantatela di rompere le palle a chi non vuole vaccinarsi o chi è contrario al Certificato Verde.

Grazie.

L’effetto più evidente – probabilmente l’unico – degli ultimi due Decreti Legge partoriti dal Governo Draghi è quello di aver esasperato i già accesi conflitti sociali, politici ed economici, prodotti dall’ultimo anno e mezzo di pandemia, dalle politiche attuate nel nostro Paese per contrastarla e dalla pesantissima crisi economica che ha colpito molti (e favorito i soliti pochi), seguita in questi giorni dall’incredibile caro-energia che sta colpendo il nostro Paese (in cui, è bene ricordarlo, si prendeva gioiosamente per il deretano il Regno Unito per il razionamento di carburanti e altri beni di prima necessità). Il vergognoso attacco di un manipolo di militanti di Forza Nuova alla sede nazionale della Cgil a Roma, che nulla ha a che vedere con le istanze dei sempre più numerosi cittadini contrari all’obbligo di possesso ed esposizione del Green Pass anche sui luoghi di lavoro, non è che un goffo tentativo, forse favorito (quantomeno non ostacolato), di un gruppo politico ampiamente minoritario – che nemmeno dovrebbe esistere: ben svegliati a tutti coloro i quali se ne sono accorti solo sabato – di appropriarsi di una piazza assai eterogenea, che manca di una qualsivoglia rappresentanza e – di conseguenza – guida.

Quell’esecrabile fatto è stato prontamente preso a pretesto dai sostenitori del Green Pass e, più in generale, del Governo, per delegittimare quella piazza. L’equazione – idiota quanto i nostalgici del fascismo – “No Green Pass = fascisti“, ha sciolto le briglie ai tanti che vivono con insofferenza ogni critica al potere tecnocratico imperante ora nel nostro Paese, chiunque sollevi obiezioni – più o meno sensate – a una delle misure più vigliaccamente discriminatorie della storia della “Repubblica fondata sul lavoro”, qualsiasi realtà che esprima perplessità sulla politica di gestione dell’attuale Governo; il tutto in un contesto – non nuovo – in cui l’Esecutivo ha quasi completamente svuotato il Parlamento del potere legislativo che dovrebbe appartenergli, se non per questioni “allegoriche”, che con la politica e il potere c’entrano poco o nulla.

Scorrazzando qua e là sui social – e rovinandomi così l’ennesima giornata di questi ultimi 18 mesi – ho letto ogni genere di nefandezza, nei confronti di chi non fosse allineato al pensiero dominante. Inutile cercare di entrare nel merito: tra magnanimi propositi di lobotomizzare i “no-GreenPass”, accuse di subumanità nei confronti di chi non vuole vaccinarsi e si oppone alla Certificazione Verde (due categorie che spesso si intersecano, ma comunque ben distinte) e “satira” raggelante nei confronti degli stessi subumani, rilanciate con orgoglio da dipendenti del servizio pubblico, le ultime 48 ore sono state un continuo susseguirsi di insulti e minacce (nemmeno tanto velate) e di “spedizioni punitive social” – con protagonisti nientepopodimenoché il Presidente dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini e l’immancabile virostar Roberto Burioni, che tra un’ospitata televisiva e una passerella trova anche il tempo di inondare i social con il suo odio un tanto al chilo – nei confronti di chi, per il solo fatto di aver sollevato obiezioni circa le politiche dragoniane e tutte le loro ambiguità, è stato additato di essere, in una qualche misura, il mandante morale di quanto accaduto sabato, avendo peraltro offerto più di un pretesto a quei subumani dei novax-noGreenPass per manifestare le proprie ragioni.

Un delirio in piena regola, in cui le osservazioni – più o meno opinabili – di Massimo Cacciari divengono “baggianate“, nel rivedibile vocabolario sfoderato per l’occasione dal già citato Bonaccini. Ma non è solo di questo che voglio parlare, se non per arrivare al punto già espresso nell’incipit: le misure decise dispoticamente dal Governo Draghi, e largamente appoggiate da partiti, associazioni economiche (Confindustria e simili), sindacati vari e stampa mainstream, sono tanto inadeguate quanto pericolose per la tenuta sociale del nostro Paese. Anche uno dei pochi principi sensati applicati dal precedente Governo, quello della gradualità delle misure – a un peggior contesto epidemico corrispondono misure più severe – è andato completamente perso: con ospedali quasi liberi da pazienti Covid e una circolazione del virus ampiamente sotto controllo, assistiamo a un asprimento delle misure di contenimento tra i più severi della pandemia (nel nostro Paese e pure al di fuori), con l’aggravante di creare cittadini di serie A e di serie B, sulla base di presupposti scientifici molto deboli.

Ma c’è la pandemia!“, “E’ necessario!“, “Sei un irresponsabile-egoista-fascista!“, si affretterebbero a sbraitare i più. “Invece di lagnarti, proponi qualcosa di concreto!“. Ok, ci provo! Provo a suggerire un modello alternativo (per quanto nel mondo ne esistano già abbastanza) di gestione dell’attuale emergenza sanitaria, con la doverosa premessa che, a quasi due anni dall’inizio della pandemia e con l’85% della popolazione vaccinabile vaccinata, è ridicolo parlare ancora di emergenza. Nel contesto di un Paese che negli ultimi anni ha eroso, quasi fino all’autodistruzione, l’offerta di sanità pubblica – come di qualsiasi altra voce ascrivibile alla categoria “stato sociale”, uno schema ragionevole poteva prevedere, partendo dall’attuale classificazione del rischio epidemico in zone colorate, qualcosa del genere:

ZONA BIANCA: si torna, salvo piccoli accorgimenti, alla vita prepandemica: a prescindere dallo stato delle persone (vaccinate, guarite o negative che siano), è garantito l’accesso a qualsiasi attività; gli unici accorgimenti sono quelli di consigliare (non imporre) l’utilizzo della mascherina in determinati contesti (luoghi al chiuso affollati, per esempio) e di vincolare alla guarigione, all’esecuzione di un test per rilevare la presenza di Sars-Cov-2, o alla vaccinazione anti-Covid – avvenuta però non negli ultimi 12, ma al massimo nei 6 mesi precedenti (viste le numerose evidenze di un calo significativo della protezione conferita dalla vaccinazione nei confronti dell’infezione da variante Delta) – la partecipazione a “eventi di massa”, quali concerti o eventi sportivi con più di 2?3?5mila? spettatori, oltre all’accesso a strutture o esercizi commerciali in cui il distanziamento è impossibile, come le discoteche e le sale da ballo, o a quelli in cui risiedono soggetti particolarmente a rischio, come le case di residenza per gli anziani; attenzione anche agli ingressi dall’estero; l’accesso ai luoghi di lavoro, di istruzione e più in generale di cultura e socialità, rimarrebbe invece libero;

ZONA GIALLA: il peggioramento della situazione epidemiologica, qualora si verificasse, imporrebbe qualche misura più incisiva, come l’obbligo (e non più raccomandazione) di indossare la mascherina al chiuso, magari accompagnato a qualche ulteriore limitazione per l’accesso a determinate strutture, ricordando però che gran parte dei contagi, stando ai dati attualmente disponibili, avvengono tra le mura domestiche;

ZONA ARANCIONE/ROSSA: sperando di non arrivarci più, solo in un contesto di elevata diffusione epidemia del virus, unita a un importante impegno delle strutture sanitarie, sarebbe lecito imporre tutta una serie di limitazioni alle persone non vaccinate, non guarite o non tamponate, come per esempio l’accesso agli esercizi commerciali (ristoranti, bar, cinema, teatri, ma anche negozi e centri commerciali) al chiuso, ma non ai luoghi di lavoro e di studio, come del resto è stato fino ad ora (con le eccezioni dei lavoratori impegnati nei luoghi chiusi per disposizione governativa) anche nei momenti di massima diffusione del contagio da Sars-Cov-2.

Oltre a essere evidentemente più equo e meno discriminatorio (non che ci volesse molto, eh…), un sistema del genere sarebbe anche maggiormente sostenibile, perché non imporrebbe l’esecuzione di milioni di tamponi ogni giorni. Tamponi a cui nessuna Regione, né azienda, può provvedere, non potendo così garantire quel diritto al lavoro che, almeno sulla carta, la nostra Costituzione prevede. Uno dei grandi, enormi, problemi di questa follia normativa è la sua inapplicabilità nel concreto. Non è un caso che diverse realtà dichiaratesi favorevoli – se non addirittura promotrici – all’obbligo di Certificazione Verde sui luoghi di lavoro, abbiano chiesto nei giorni scorsi al Governo un rinvio di un paio di settimane dell’entrata in vigore del nuovo DL.

Altro fattore che non viene affrontato da nessuno è quello del costo economico di questa misura: quanto ci rimetterà lo Stato, in termini di minor gettito fiscale diretto e indiretto, in questi mesi di sospensione di una parte piccola, ma non irrilevante, della forza lavoro? Sarebbe doveroso, da parte del Governo, spiegare non solo le basi scientifico-giuridiche (assanti) su cui si fonda il DL “Super Green Pass”, ma anche la sostenibilità economica dell’impianto normativo. L’unico numero l’ha fornito, avventurandosi in una strampalata previsione, il Ministro Renato Brunetta. Una vera fissa la sua per la fine dello smart working nella PA, come se l’emergenza sanitaria non esistesse…

E diciamocelo in tutta franchezza: al momento, nel nostro Paese, come in tanti altri, non esiste nessuna emergenza sanitaria! Come evidenziato qualche giorno fa da Giorgio Agamben nel suo intervento, nel corso delle audizioni in Commissione Affari Costituizionali del Senato, il sospetto che questa “mostruosità giuridica” serva non a imporre surrettiziamente il vaccino con il Green Pass, quanto piuttosto a fare l’esatto contrario, ovvero a imporre il Green Pass come strumento abituale di una “nuova normalità”, sfruttando il grimaldello della campagna vaccinale anti-Covid, rischia di essere più di un pensiero da inguaribili complottisti.

Non avrei mai pensato che quel pranzo di un anno fa, domenica 4 ottobre 2020, sarebbe stata l’ultima occasione in cui avremmo festeggiato il tuo compleanno. Ancora non mi sembra vero che, appena due mesi più tardi, te ne sia andata per sempre. Non ho chissà che ricordi di quel pranzo; le foto che ho visto e rivisto in questi mesi, mi hanno aiutato a tenere memoria del momento della torta, dello spegnimento delle candeline, dei bambini – i tuoi gioielli, come li chiamavi con le tue amiche, ho scoperto dopo – in braccio a te. Mi ricordo anche delle chiacchiere in auto, all’andata e al ritorno da Montebudello. Ogni tanto, mi capita di immaginarti seduta lì, di fianco a me, che ti lamenti dei miei incorreggibili ritardi o del servizio del ristorante di turno.

La vita è come una scatola di cioccolatini: non sai mai quello che ti capita“, dice la frase probabilmente più celebre di ‘Forrest Gump’. Era il nostro film. Ti ci portai quasi forza quando uscì al cinema; avevo 9 anni, non avevo la più pallida idea di che cosa parlasse, ma il trailer mi aveva convinto e io avevo convinto te ad andare. La sala era quasi deserta (chissà cos’avrai pensato…), così riuscimmo a goderci quelle due ore con un’intimità insolita per un cinema. “Non gli davo due lire, invece è stato bellissimo”, mi dicesti sincera, uscendo dalla sala. Quante volte abbiamo rivisto insieme quel film! E quante volte siamo andati al cinema insieme! Era una delle nostre attività preferite, una di quelle che abbiamo cercato, senza dircelo, di tenere viva il più a lungo possibile. L’altra sera l’ho rivisto con i bambini e con Giovanna: anche a Margherita piace tantissimo, mentre Giacomo dice che “muoiono troppe persone“; Lucia, chissà.

Se penso che tra due giorni, per la prima volta, dovrò festeggiare il tuo compleanno senza di te, non riesco a trattanere le lacrime. Ho pianto tanto in questi ultimi 10 mesi, come mai prima. Non ho potuto fare altrimenti, pur sapendo che non avresti voluto. Ci sono i tuoi gioielli da crescere, ne arriverà un altro tra poco – e non sai quanto detesti il fatto che non vi possiate conoscere. C’è una vita da vivere, in qualche modo. Mi hai lasciato in ottime mani, ma mi manchi tantissimo. Non potrebbe essere altrimenti: le mamme sono (quasi) tutte meravigliose, ma tu, per me, sei stata semplicemente la migliore. Mi hai insegnato tanto, praticamente tutto. Più di ogni altra cosa, mi hai insegnato cosa sia l’amore. Uno dei pochi meriti che mi riconosco è quello di aver capito sempre, anche quando ero bambino, quanto grande fosse l’amore che mi dimostravi ogni giorno; quanto immenso fosse tutti quello che facevi per me. Nel mio piccolo, con tutti i miei difetti e le mie mancanze, ho fatto tutto il possibile per farti sentire tutto il mio amore per te, sempre.

Spero di esserci riuscito, almeno un po’. Ti ho fatta arrabbiare, ti ho anche fatta piangere. Spero, però, di essere riuscito ad amarti come avresti meritato. La vita non è stata magnanima con te, che hai sempre dato tanto a tanti, ricevendo indietro solo una parte infinitesimale dagli altri. Io, Gabriele, Irma, le nostre famiglie e le tue (e nostre) amicizie non avremmo potuto eguagliare tutto quello che tu hai dato a noi. Era impossibile. Anche adesso che non ci sei più, anche adesso che il dolore per la tua perdita è così vivo, l’unica cosa che ci resta da fare è continuare ad amarti come avremmo fatto se tu fossi ancora qui; a donare e a donarti almeno un briciolo di quell’amor che tu hai sempre dispensato, con grande generosità, senza pretendere mai – veramente mai – niente in cambio.

Cosa vuoi che sia se muoio io!“, mi dicesti qualche mese fa, sul pianerottolo che unisce le nostre case, dove un annetto fa stavamo discutendo discutendo su questa fottutissima pandemia e sui pericoli che correvi tu. Ti preoccupavi della salute dei tuoi nipoti, prima ancora della tua, anche se – come è naturale – temevi tanto anche per te stessa. Non volevi ammetterlo, non volevi che quell’ansia pesasse su di noi, ma non poteva che essere così. Gli ultimi mesi della tua vita li abbiamo dovuti passare separati, almeno in parte. Uno dei pensieri che mi dà un po’ di sollievo è di non averti tenuta lontana dai tuoi nipoti; di averti permesso di goderne finché è stato possibile, fino a quel venerdì pomeriggio in cui avete preparato tortellini e tortelloni insieme, prima che ti sentissi male. Mi solleva anche aver risposto con decisione a quella tua frase: “Non dirlo neanche per scherzo mamma, abbiamo tutti bisogno di te: senza non sapremmo proprio come fare“.

In qualche modo, in qualche forma, devi essere rimasta con noi, perché in qualche modo, in qualche forma, stiamo andando avanti. Ma mi manchi tantissimo, mamma. Tantissimo.

In una delle tante discussioni sui social sul tema “Green Pass”, uno degli interlocutori con cui mi stavo confrontando ha scritto: «Non è questione di questo o quello, ma di buon senso». Poco dopo, un altra persona ha rinforzato il concetto: «Magari la nostra Repubblica fosse fondata sul buon senso!». In effetti sì, sarebbe proprio una gran bazza. Dopo tutto, nell’ultimo anno e mezzo è andato proprio tutto benone, proprio grazie al buon senso; e anche prima, a ben vedere.

A chi brandiva la spada del buon senso per contrastare la mia incurabile irresponsabilità, ho posto una (lunga) serie di domande, a cui ovviamente non ho avuto risposta. Le riporto qui, perché mi va.

È stato il buon senso a guidare chi, negli ultimi vent’anni, ha tagliato tutto il tagliabile (e anche più) nella Sanità pubblica?

È stato il buon senso a guidare chi, nel gennaio-febbraio 2020, non chiudeva i confini nazionali in corso di emergenza sanitaria globale, ma anzi invitava ad abbracciare i cinesi e ad andare a mangiare nei loro ristoranti?

È stato il buon senso a guidare chi, a fine febbraio dello scorso anno, ha deciso di non porre la Bergamasca in zona rossa (come era invece stato fatto nel Lodigiano e a Vo Euganeo), perché altrimenti Confindustria si arrabbiava?

È stato il buon senso a guidare chi, sempre nello stesso periodo, diceva che il rischio di contrarre il coronavirus in Italia era “zero”?

È stato il buon senso a guidare chi, ancora a febbraio dell’anno scorso, si faceva fotografare intento a bridare con lo spritz, al grido #Milanononsiferma?

È stato il buon senso a guidare chi, ancora nel febbraio 2020 (il 28, per la precisione, con le scuole già chiuse), appena eletto, ha deciso di convocare, in presenza, l’assemblea legislativa di insediamento della nuova Giunta, dopo la rielezione a presidente dell’Emilia-Romagna? (assemblea da cui è nato un piccolo focolaio, nel quale sono stati contagiati, tra gli altri, gli assessori Lori e Donini)

È stato il buon senso a guidare lo stesso Donini a partecipare ad almeno due conferenze stampa in quei giorni, nonostante la sua collega Lori fosse già sintomatica?

È stato il buon senso a guidare chi, sempre in quei giorni, provocava file chilometriche a Bologna, per la consegna della Card Cultura, ovviamente al grido #Bolognanonsiferma?

È stato il buon senso a guidare chi, poche settimane dopo, obbligava agli arresti domiciliari bambini e ragazzi, privandoli di qualsivoglia relazione sociale, se non attraverso uno schermo?

È stato il buon senso a guidare chi, allo stesso modo, criminalizzava i malefici runners, nonostante le miriadi di studi che dimostrano l’importanza dell’attività fisica nella prevenzione di tantissime malattie, anche molto diffuse, e il rischio pressocché nullo (già noto allora) delle attività all’aperto, sportive e non?

È stato il buon senso a guidare chi, a partire da maggio e per tutto il resto del 2020, ha ripetuto come un mantra: «Il virus non muta, o se muta, muta poco», salvo poi passare tutto il 2021 ha parlare di varianti e del loro pericolo?

È stato il buon senso a guidare il Ministro Speranza, nell’estate del 2020 (quella della sanificazione delle spiagge, giusto per ricordare una delle tante misure illuminate di questi 18 mesi), a scrivere un libro sulla fine della pandemia, salvo poi annullarne frettolosamente la pubblicazione?

È stato il buon senso a guidare la scelta di chiudere i parchi, di vietare le attività all’aperto allo stesso modo di quelle al chiuso, nonostante fosse già evidente l’enorme differenza tra contagio al chiuso e all’aperto?

È stato il buon senso a guidare i medici che, per paura di infettarsi (mettiamola così), non si sono degnati nemmeno di dedicare una telefonata (non dico visitare eh, anche solo una telefonata) ai loro pazienti a casa malati, compresi quelli che per età e comorbidità erano più a rischio?

È stato il buon senso a guidare chi, all’inizio della pandemia, dichiarava che le mascherine non servivano a nulla, salvo poi rimangiarsi tutto e giustificare le regole che ne imponevano l’utilizzo anche a chi facesse una passeggiata da solo in un bosco?

È stato il buon senso a guidare chi, come Ausl di Bologna e Policlinico di Sant’Orsola, ha convocato, nel pieno della pandemia, conferenze stampa in luoghi chiusi, angusti e quindi affollati, a volte anche all’interno delle strutture ospedaliere?

È stato il buon senso a guidare chi, all’inizio della scorso autunno, ha consigliato a tutti di vaccinarsi contro l’influenza, pur sapendo che era impossibile vaccinare più di 1/3-1/4 della popolazione (come poi è stato) e che in Australia, dove l’epidemia annuale di influenza arriva prima che da noi, non c’erano praticamente stati casi di influenza, grazie alle misure di sicurezza attuate per il Covid?

È stato il buon senso a guidare chi, nell’organizzazione della campagna vaccinale, aveva pensato di destinare 500 milioni di euro alla costruzione di appositi spazi in cui eseguire le vaccinazioni?

È stato il buon senso a guidare chi, nell’inverno del 2021, ha bellamente ignorato qualsiasi report giungesse dal Regno Unito sulla maggiore contagiosità della variante Alfa (tra questi anche un Professore dell’Università di Bologna, ora candidato in una lista del PD alle amministrative di Bologna, che sosteneva che le varianti fossero tutta una montatura Brexit-indotta), per poi chiudere di nuovo tutto, quando ormai era troppo tardi, a marzo e aprile?

È stato il buon senso a guidare chi, alla guida di varie aziende, ha coperto i casi di positività dei propri dipendenti, per evitare che le aziende chiudessero anche solo temporaneamente, mentre le scuole venivano chiuse perché ritenute fonte di contagio, solo perché i figli contraevano il virus dai genitori che lo prendevano al lavoro?

È stato il buon senso a guidare chi, all’inizio della campagna vaccinale, ha ritenuto prioritario vaccinare il personale delle scuole (peraltro chiuse, in quel momento), anziché dare la massima precedenza possibile ad anziani e fragili, come poi – per fortuna – si è fatto più tardi?

È stato il buon senso a guidare chi, sempre nei primi mesi di campagna vaccinale, ha deciso di vaccinare gli under55 con un prodotto – Vaxzevria di Astrazeneca – che aveva già dimostrato di dare alcuni problemi abbastanza seri in alcune categorie (donne giovani, tra l’altro tra le più protette dagli effetti gravi di Covid), accusando chi chiedeva di valutare con più attenzione la situazione di essere un no-vax?

È stato il buon senso a guidare chi, nonostante il suddetto prodotto di Astrazeneca (insieme a quello di Janssen) fosse stato poi destinato esclusivamente agli over60, ha organizzato magnifici Open Day per i più giovani, che nel migliore dei casi hanno prodotto calche oceaniche (vedi Open Day alla Fiera di Bologna) e nei peggiori hanno provocato la morte di una ragazza di 18 anni, in Liguria?

È stato il buon senso a guidare chi, nonostante i casi pressocché nulli di reinfezioni gravi nei guariti e i moniti di noti no-vax e negazionasti come il professor Galli, ha deciso di vaccinare con doppia dose anche i guariti dal Covid, senza uno straccio di evidenza scientifica in tal senso?

È stato il buon senso a guidare chi, nonostante sperimentazioni che hanno coinvolto poco più di 2mila ragazzi (di cui solo la metà ha ricevuto il prodotto) nel caso di Pfizer e quasi 4mila (2/3 di loro hanno ricevuto il prodotto) per ModeRna, ha deciso di estendere la vaccinazione con doppia dose ai ragazzi dai 12 ai 16-18 anni, nonostante da Israele e USA arrivassero già i primi report su casi di miocardite e su altri effetti avversi dovuti a questi vaccini, soprattutto nei più giovani?

È il buon senso a guidare il Regno Unito nella decisione di vaccinare i ragazzi solo con una dose, in virtù del bilancio rischi/benefici chiaramente sfavorevole nelcaso di somministrazione della seconda dose? Sono furbi loro e scemi noi, che continuiamo a vaccinarli con due dosi, come atto di fede? O è vero il contrario?

È stato il buon senso a guidare chi, nel legiferare sul Green Pass, ha deciso di sottoporre al ricatto della morte sociale anche ragazzi (già pesantemente colpiti in questo senso nell’ultimo anno e mezzo) e donne in gravidanza, queste ultime notoriamente persone emotivamente fragili in un momento molto delicato delle loro vite? Il tutto in assenza di evidenze solide sulla sicurezza della vaccinazione in queste categorie, anche per ovvie ragioni di tempo.

Sicuramente avrei potuto porre tante altre domande, ugualmente pertinenti. Altre, soprattutto sul tema scuola e ragazzi, le ho volutamente escluse per ragioni di brevità. Nell’ultimo anno e mezzo, gli esempi di “buon senso” non sono certo mancati.

Mentre il Governo si appresta a estendere ad altri settori l’obbligo della certificazione verde, a prescindere da qualsiasi valutazione sull’andamento epidemico e sull’adesione – vastissima – alla campagna di vaccinazione anti-Covid, l’avvicinamento all’inizio dell’anno scolastico
è scandito, come abitudine, da pesantissimi ritardi.

Degli investimenti promessi su assunzioni, infrastrutture e tutto ciò che potesse essere lontanamente utile al miglioramento dell’offerta
formativa per bambini e ragazzi e alla messa in sicurezza degli edifici che li ospitano, nemmeno l’ombra. Il Governo ha preferito puntare la
propria attenzione sulla coercizione alla vaccinazione del personale docente e ATA, nonostante un’adesione che era già pressocché totale, anche prima dell’entrata in vigore del Green Pass.

Il personale della scuola non ancora vaccinato, infatti, non arriva al 10%; all’interno di questa percentuale sono compresi anche le persone
che non possono vaccinare e i guariti. Insomma, i veri e propri “no-vax” si contano sulle dita di una mano, ma l’emergenza da risolvere per
l’esecutivo è questa, al netto di tante promesse cadute – come al solito – nel vuoto. Una situazione denunciata dai sindacati della scuola e di cui ho parlato, per quanto concerne in particolare il territorio di Bologna, con Serafino Veltri della Uil Scuola.

Leggo che Draghi ha affermato che l’orientamento dell’Esecutivo è quello di estendere progressivamente l’obbligo di esibire la Certificazione Verde, fino all’obbligatorietà del vaccino anti-Covid, una volta che le agenzie regolatorie daranno il via libero ai prodotti.

Un orientamento di questo tipo può avere due sole ragioni:

1) il Governo è ragionevolmente certo che la situazione epidemiologica peggiorerà a breve (in questo senso potrebbe essere letto anche il via libera informale alle terze dosi), tanto da richiedere un ulteriore inasprimento delle misure di contenimento; di fatto un ammissione che il vaccino – per dirla alla Galli – “funzionicchia“, visto che a fine mese supereremo l’80% di vaccinati sulla popolazione target;

2) il Certificato Verde Covid non è in alcun modo una misura utile al controllo dell’epidemia, visto che l’estensione del suo utilizzo è destinata ad avvenire a prescindere dall’evoluzione del contesto epidemico.

Altre interpretazioni possibili, per quanto mi sforzi, non ne trovo. E mi sforzo eh! Perché questa sarebbe, almeno per me, una lose-lose situation: nel primo caso il virus tornerà a fare danni gravi, nel secondo si va verso una progressiva erosione delle libertà che per tanto tempo, forse ingenuamente, abbiamo dato per scontate.