Marco Francia

Pensieri, parole, emozioni

Le manifestazioni “No Green Pass” organizzate oggi in varie città sono state un vero e proprio flop. Non ha partecipato quasi nessuno, erano molti di più gli agenti e i giornalisti presenti dei manifestanti.

In un Paese in cui, entro la fine del mese che inizia oggi, l’adesione alla campagna vaccinale anti-Covid supererà l’80% (nel 20% ci sono, oltre ai temutissimi “no-vax”, tanti guariti, non vaccinabili, etc), non è che il problema dell’esitazione vaccinale sia stato un pelino – giusto un attimo, eh! – ingigantito?

La settimana prossima, intanto, i miei figli inizieranno a tornare a scuola, di fatto nella stessa identica situazione di 12 mesi fa, fatta eccezione per il personale, che sarà per la quasi totalità vaccinato. Un anno e mezzo in cui non è stato fatto nulla, né sul piano strutturale, né su quello delle assunzioni. Vuoto pneumatico. Si terranno le finestre aperte, e che Dio ce la mandi buona.

I miei post su Facebook degli ultimi giorni stanno suscitando reazioni (non da parte dell’Ordine dei Giornalisti, ma quello compare solo quando c’è da pagare la tassa annuale di iscrizione) e questo non può farmi che piacere. Se avrò portato anche solo una persona a porsi qualche domanda in più, a vedere le cose da un altro punto di vista, avrò raggiunto un grande risultato.

Tra le “conseguenze” positive dei miei ultimi anni post c’è anche la scoperta di un canale Youtube dedicato al ciclismo, ideato e curato da un collega che ho sempre ritenuto “più speciale” degli altri (non è piaggeria, giuro!).

Tra i video caricati, ce n’è uno che consiglio di ascoltare (non importa guardarlo) con attenzione a tutti, non solo agli appassionati di ciclismo e di sport in generale. Parla di depressione. Nello sport, come nella vita di tutti i giorni, la depressione è un tabù, un argomento che di cui si fatica maledettamente a parlare.

Dalla pubblicazione del video, altri casi di depressione nello sport sono saliti più o meno alla ribalta; altri ancora (ai calciofili verrà in mente Josip Ilicic, agli appassionati di ciclismo Aru, Westra, Braijkovic…) non sono stati trattati nel video per ragioni di tempo. La cosa importante è che il velo di ipocrisia che, per troppo tempo, si è posato su questa malattia, si sta pian piano levando.

Anch’io soffro di depressione. La perdita di mia madre è stato un colpo durissimo, come lo sono stati questi ormai 18 mesi di pandemia, altri lutti più o meno vicini che mi hanno colpito, altre vicende personali che hanno messo a dura prova me e chi mi sta vicino.

Per me è stato relativamente facile affidarmi all’aiuto degli specialisti: gli anni di studi medici, alcune precedenti esperienze di vita e un pensiero personale che, anche grazie all’essere padre, è molto maturato negli ultimi anni, mi hanno permesso di non vergognarmi delle mie debolezze, delle mie idee, delle mie paure.

Per altri, purtroppo, non è altrettanto semplice. In particolare per i maschietti, visto che il concetto di depressione è spesso (ed erroneamente) accompagnato a quello di debolezza. Provate a fare una ricerca, con la parola “depressione”, su Google Immagini e contate quante sono le foto che ritraggono donne, rispetto a quelle che hanno un uomo come soggetto.

Se c’è una cosa che spero di riuscire a far capire ai miei figli è che non c’è niente di sbagliato nell’essere sbagliati.

La vita sa essere meravigliosa, ma anche una vera merda“, dice giustamente Stefano nel video; e tutti, chi più chi meno, l’abbiamo sperimentato in prima persona. Non abbiate paura di chiedere aiuto; e non abbiate timore di aiutare un amico in difficoltà! Può essere maledettamente duro, può farvi male, ma è la cosa giusta da fare.

Ho parlato decisamente troppo. Ora vi lascio al video.

Impazza in questi giorni il dibattito sul Green Pass, con la maggioranza degli italiani (più di 2 su 3) favorevoli al suo utilizzo, per consentire alcune attività solamente a vaccinati (da non più di 10 mesi), guariti (da non più di 6 mesi, che a breve diventeranno 12) e negativi al tampone nelle ultime 48 ore, e una piccola minoranza, che ieri ha manifestato nelle piazze del Paese contro l’ultimo decreto del Governo Draghi.

Qualche giorno fa ho analizzato alcuni semplici dati sull’avanzamento della campagna vaccinale in Italia, evidenziando come questi siano da considerarsi più che soddisfacenti, in rapporto alle dosi che l’Italia ha avuto a disposizione finora e avrà nel prossimo futuro. Oggi, spinto dall’aver letto e sentito ogni genere di atrocità logica, sanitaria e giuridica sul tema, voglio riportare la discussione sui principi che chiunque – primi fra tutti i componenti dell’Esecutivo e i politici in generale – dovrebbe conoscere, prima di avventurarsi in considerazioni – e ancor più decisioni – sul tema.

Il presupposto, quando si parla di salute, è conoscere il significato del concetto stesso di salute. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (a cui l’Italia aderisce dall’11 aprile del 1947), la salute è definita come uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale”, e non semplicemente come “assenza di malattie o infermità. Poche parole, dal peso specifico elevatissimo, che descrivono probabilmente un concetto più vicino all’Iperuranio platoniano che alla realtà terrestre, ma tanto semplice quanto profondo: non è sufficiente non essere malati per essere considerati in salute.

L’altro riferimento, da cui non si può prescindere nella discussione sulla legittimità dell’ultimo decreto del Governo Draghi, è l’articolo 32 della nostra Costituzione, da più parti citato, spesso senza avere piena contezza del suo reale significato: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario, se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

Pur essendo stato scritto prima dell’ingresso dell’Italia nell’OMS, questo articolo non si pone in contrasto con la definizione di salute di cui sopra, pur esplicitando, nella sua formulazione, il concetto di salute collettiva. Il suo perseguimento ha la stessa importanza di quella individuale, tanto da permettere allo Stato, in casi specifici, di obbligare i cittadini a sottoporsi a trattamenti sanitari obbligatori per legge. Questa legge, però, “non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

Esistono tutta una serie di pronunciamenti, da parte delle massime Autorità giuridiche del nostro Paese sul tema dell’obbligatorietà dei vaccini (rimando a questo ottimo articolo per la loro lettura), ma già quanto sancito dalla nostra Costituzione e dall’OMS è più che sufficiente per porre enormi interrogativi sulla legittimità giuridica – ancor prima che medico-scientifica – di quanto disposto dal Governo, nel Decreto Legge numero 105.

Se è vero che non è previsto nessun obbligo vaccinale, è altrettanto innegabile che le limitazioni, a cui saranno soggette le persone che non hanno ancora potuto (la maggioranza) o voluto vaccinarsi, sono tanto severe da superare i limiti imposti dal rispetto della persona umana (costringere le persone a stare “agli arresti domiciliari, chiusi in casa come sorci” va ben oltre questo concetto, giusto professor Burioni?), l’incostituzionalità del provvedimento appare lampante. Lo è ancor di più, se pensiamo che chi non è ancora vaccinato non avrà accesso ai luoghi della cultura (cinema, teatri, musei), parzialmente a quelli della socialità (bar e ristoranti) e a quelli che permettono di conseguire il “totale benessere fisico e mentale” di cui parla l’OMS, come piscine e palestre.

Ovviamente, sostenere la palese illegittimità e incostituzionalità del decreto governativo non implica l’assunzione di una posizione anti-vaccinista. Sono due idee tanto distanti da non poter essere confuse, se non per superficialità o malafede. La discriminazione delle persone – in particolare le più giovani – che ancora non hanno potuto aderire alla campagna vaccinale, pur volendolo fare, è uno dei tanti altri aspetti che pongono profondi dubbi sulla legittimità del provvedimento. Quelli qui elencati sono comunque più che sufficienti.

Bisogna convincere le persone a vaccinarsi“.

L’imperativo delle ultime settimane è questo. La crescita della variante Delta di Sars-CoV-2 e il timore di dover imporre nuove chiusure, per non mandare al collasso le (insufficienti) strutture sanitarie del nostro Paese, hanno riportato in primo piano l’esigenza di vaccinare quanto prima, quante più persone possibili. In quest’ottica, il messaggio fatto passare negli ultimi giorni è questo: se non abbiamo ancora raggiunto un livello sufficiente di immunità di comunità, è perché tante persone rifiutano la vaccinazione. Da qui l’esigenza di imporre misure di controllo della mobilità delle persone – il Green Pass – in modo da escludere i non vaccinati da tutta una serie di attività (sociali, ludiche, culturali e di altro genere), proteggendo così ospedali, attività economiche e persone “fragili”, impossibilitate per ragioni salute a vaccinarsi. La narrazione domintante tra politici, stampa e, di riflesso, opinione pubblica, è diventata questa. Ma le cose stanno realmente così? Andiamo ad analizzare qualche dato, di semplicissimo accesso.

A ieri, in Italia, le persone sopra i 12 anni (quelle “vaccinabili”) che hanno completato il ciclo vaccinale sono il 48,3% del totale [dati YouTrend]: poco meno di una su due, insomma. La percentuale sale al 67,9% (più di due persone su tre) considerando chi ha ricevuto almeno una dose. Sempre grazie ai dati elaborati da YouTrend, possiamo guardare alla lente di ingrandimento la situazione degli over60, il target che è stato vaccinato per primo perché più a rischio: in questa fascia di popolazione, quasi il 75% delle persone appartenenti a questa fascia di popolazione (tre persone su quattro) ha completato il percorso vaccinale, mentre quasi l’88% ha ricevuto almeno una dose. La differenza è data, ovviamente, dalle persone ancora in attesa di ricevere la seconda dose, visto che l’intervallo tra le due somministrazioni di Vaxzevria (il vaccino di Astrazeneca) è più o meno di 3 mesi, quindi molto più lungo rispetto a quello dei vaccini a RNA messaggero.

Quindi? Quindi, tra gli over60, quasi 9 persone su 10 hanno già deciso di vaccinarsi. Nel 12% circa di chi non l’ha ancora fatto, oltre a quei brutti e cattivi dei no-vax, ci sono le persone che non possono vaccinarsi e quelle che sono guarite dalla Covid e, per questo, non hanno ancora potuto ricevere il vaccino. Insomma, non siamo al 100% (ma qualcuno pensava davvero di arrivarci?!), ma quasi. Quasi tutti quelli che hanno avuto la possibilità di vaccinarsi, lo hanno fatto.

E i giovani? Quegli irresponsabili dei giovani? Come è facile intuire dai dati che abbiamo visto fin qui, le percentuali calano abbassando l’età delle persone. Perché? Sicuramente i più giovani hanno meno paura del virus, ma ancor più indiscutibilmente non hanno ancora avuto le stesse possibilità di vaccinarsi rispetto ai loro genitori e nonni. Non c’è niente di male eh, anzi era necessario proteggere il prima possibile chi ha una probabilità più alta di andare incontro a forme gravi di Covid; non è vero, però, che i giovani rifiutino la vaccinazione. Le stime di YouTrend, basate sulle prenotazioni già effettuate, descrivono una realtà molto differente da quella che ci viene descritta: entro fine settembre, l’85% delle persone con più di 12 anni sarà vaccinata contro Sars-CoV-2. Quasi tutti, sempre ricordando che nel 15% dei non vaccinati saranno comprese le categorie di cui sopra. Troppo pochi? Anche considerando il delirio – normativo e comunicativo – degli ultimi mesi, assolutamente no.

L’ultimo dato necessario a completare il quadro della situazione è quello della quota di dosi di vaccino utilizzate, rispetto a quelle disponibili. In Italia, a oggi, siamo a più del 90%. Anche qui, quasi tutte, anche in virtù del fatto che il grosso delle rimanenze sono rappresentate da quei prodotti – Vaxzevria e Janssen – che ormai possono essere utilizzate solo per gli over60. Nelle ultime settimane, qui in Emilia-Romagna è stato largamente utilizzato il vaccino di Moderna, visto che le dosi di Pfizer per le prime somministrazioni erano andate esaurite. Insomma, i vaccini disponibili sono stati utilizzati praticamente tutti; ne avessimo avuti di più, avremmo sicuramente raggiunto prima i livelli di protezione di comunità a cui arriveremo alla fine dell’estate. Nelle ultime settimane, il numero di prime dosi somministrato è stato molto inferiore rispetto alle seconde (uno tra i dati utilizzati per dimostrare che bisogna convincere le persone a vaccinarsi, “con ogni mezzo“) semplicemente perché le dosi a disposizione servivano per le secondi dosi. Tanto che alcune regioni, tra le quali l’Emilia-Romagna, sono state costrette a sospendere le prenotazioni, per fasce più o meno ampie di popolazione.

Ora abbiamo tutti gli strumenti per rispondere alla domanda del titolo. Il Green Pass è davvero necessario? Sono così tante le persone da convincere a vaccinarsi? Abbiamo proprio bisogno di introdurre un sistema invasivo, complesso e costoso come il Green Pass per questo? La mia impressione è che, come troppe volte negli ultimi mesi, si stia parlando di niente