L’effetto più evidente – probabilmente l’unico – degli ultimi due Decreti Legge partoriti dal Governo Draghi è quello di aver esasperato i già accesi conflitti sociali, politici ed economici, prodotti dall’ultimo anno e mezzo di pandemia, dalle politiche attuate nel nostro Paese per contrastarla e dalla pesantissima crisi economica che ha colpito molti (e favorito i soliti pochi), seguita in questi giorni dall’incredibile caro-energia che sta colpendo il nostro Paese (in cui, è bene ricordarlo, si prendeva gioiosamente per il deretano il Regno Unito per il razionamento di carburanti e altri beni di prima necessità). Il vergognoso attacco di un manipolo di militanti di Forza Nuova alla sede nazionale della Cgil a Roma, che nulla ha a che vedere con le istanze dei sempre più numerosi cittadini contrari all’obbligo di possesso ed esposizione del Green Pass anche sui luoghi di lavoro, non è che un goffo tentativo, forse favorito (quantomeno non ostacolato), di un gruppo politico ampiamente minoritario – che nemmeno dovrebbe esistere: ben svegliati a tutti coloro i quali se ne sono accorti solo sabato – di appropriarsi di una piazza assai eterogenea, che manca di una qualsivoglia rappresentanza e – di conseguenza – guida.
Quell’esecrabile fatto è stato prontamente preso a pretesto dai sostenitori del Green Pass e, più in generale, del Governo, per delegittimare quella piazza. L’equazione – idiota quanto i nostalgici del fascismo – “No Green Pass = fascisti“, ha sciolto le briglie ai tanti che vivono con insofferenza ogni critica al potere tecnocratico imperante ora nel nostro Paese, chiunque sollevi obiezioni – più o meno sensate – a una delle misure più vigliaccamente discriminatorie della storia della “Repubblica fondata sul lavoro”, qualsiasi realtà che esprima perplessità sulla politica di gestione dell’attuale Governo; il tutto in un contesto – non nuovo – in cui l’Esecutivo ha quasi completamente svuotato il Parlamento del potere legislativo che dovrebbe appartenergli, se non per questioni “allegoriche”, che con la politica e il potere c’entrano poco o nulla.
Scorrazzando qua e là sui social – e rovinandomi così l’ennesima giornata di questi ultimi 18 mesi – ho letto ogni genere di nefandezza, nei confronti di chi non fosse allineato al pensiero dominante. Inutile cercare di entrare nel merito: tra magnanimi propositi di lobotomizzare i “no-GreenPass”, accuse di subumanità nei confronti di chi non vuole vaccinarsi e si oppone alla Certificazione Verde (due categorie che spesso si intersecano, ma comunque ben distinte) e “satira” raggelante nei confronti degli stessi subumani, rilanciate con orgoglio da dipendenti del servizio pubblico, le ultime 48 ore sono state un continuo susseguirsi di insulti e minacce (nemmeno tanto velate) e di “spedizioni punitive social” – con protagonisti nientepopodimenoché il Presidente dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini e l’immancabile virostar Roberto Burioni, che tra un’ospitata televisiva e una passerella trova anche il tempo di inondare i social con il suo odio un tanto al chilo – nei confronti di chi, per il solo fatto di aver sollevato obiezioni circa le politiche dragoniane e tutte le loro ambiguità, è stato additato di essere, in una qualche misura, il mandante morale di quanto accaduto sabato, avendo peraltro offerto più di un pretesto a quei subumani dei novax-noGreenPass per manifestare le proprie ragioni.

Un delirio in piena regola, in cui le osservazioni – più o meno opinabili – di Massimo Cacciari divengono “baggianate“, nel rivedibile vocabolario sfoderato per l’occasione dal già citato Bonaccini. Ma non è solo di questo che voglio parlare, se non per arrivare al punto già espresso nell’incipit: le misure decise dispoticamente dal Governo Draghi, e largamente appoggiate da partiti, associazioni economiche (Confindustria e simili), sindacati vari e stampa mainstream, sono tanto inadeguate quanto pericolose per la tenuta sociale del nostro Paese. Anche uno dei pochi principi sensati applicati dal precedente Governo, quello della gradualità delle misure – a un peggior contesto epidemico corrispondono misure più severe – è andato completamente perso: con ospedali quasi liberi da pazienti Covid e una circolazione del virus ampiamente sotto controllo, assistiamo a un asprimento delle misure di contenimento tra i più severi della pandemia (nel nostro Paese e pure al di fuori), con l’aggravante di creare cittadini di serie A e di serie B, sulla base di presupposti scientifici molto deboli.
“Ma c’è la pandemia!“, “E’ necessario!“, “Sei un irresponsabile-egoista-fascista!“, si affretterebbero a sbraitare i più. “Invece di lagnarti, proponi qualcosa di concreto!“. Ok, ci provo! Provo a suggerire un modello alternativo (per quanto nel mondo ne esistano già abbastanza) di gestione dell’attuale emergenza sanitaria, con la doverosa premessa che, a quasi due anni dall’inizio della pandemia e con l’85% della popolazione vaccinabile vaccinata, è ridicolo parlare ancora di emergenza. Nel contesto di un Paese che negli ultimi anni ha eroso, quasi fino all’autodistruzione, l’offerta di sanità pubblica – come di qualsiasi altra voce ascrivibile alla categoria “stato sociale”, uno schema ragionevole poteva prevedere, partendo dall’attuale classificazione del rischio epidemico in zone colorate, qualcosa del genere:
– ZONA BIANCA: si torna, salvo piccoli accorgimenti, alla vita prepandemica: a prescindere dallo stato delle persone (vaccinate, guarite o negative che siano), è garantito l’accesso a qualsiasi attività; gli unici accorgimenti sono quelli di consigliare (non imporre) l’utilizzo della mascherina in determinati contesti (luoghi al chiuso affollati, per esempio) e di vincolare alla guarigione, all’esecuzione di un test per rilevare la presenza di Sars-Cov-2, o alla vaccinazione anti-Covid – avvenuta però non negli ultimi 12, ma al massimo nei 6 mesi precedenti (viste le numerose evidenze di un calo significativo della protezione conferita dalla vaccinazione nei confronti dell’infezione da variante Delta) – la partecipazione a “eventi di massa”, quali concerti o eventi sportivi con più di 2?3?5mila? spettatori, oltre all’accesso a strutture o esercizi commerciali in cui il distanziamento è impossibile, come le discoteche e le sale da ballo, o a quelli in cui risiedono soggetti particolarmente a rischio, come le case di residenza per gli anziani; attenzione anche agli ingressi dall’estero; l’accesso ai luoghi di lavoro, di istruzione e più in generale di cultura e socialità, rimarrebbe invece libero;
– ZONA GIALLA: il peggioramento della situazione epidemiologica, qualora si verificasse, imporrebbe qualche misura più incisiva, come l’obbligo (e non più raccomandazione) di indossare la mascherina al chiuso, magari accompagnato a qualche ulteriore limitazione per l’accesso a determinate strutture, ricordando però che gran parte dei contagi, stando ai dati attualmente disponibili, avvengono tra le mura domestiche;
– ZONA ARANCIONE/ROSSA: sperando di non arrivarci più, solo in un contesto di elevata diffusione epidemia del virus, unita a un importante impegno delle strutture sanitarie, sarebbe lecito imporre tutta una serie di limitazioni alle persone non vaccinate, non guarite o non tamponate, come per esempio l’accesso agli esercizi commerciali (ristoranti, bar, cinema, teatri, ma anche negozi e centri commerciali) al chiuso, ma non ai luoghi di lavoro e di studio, come del resto è stato fino ad ora (con le eccezioni dei lavoratori impegnati nei luoghi chiusi per disposizione governativa) anche nei momenti di massima diffusione del contagio da Sars-Cov-2.
Oltre a essere evidentemente più equo e meno discriminatorio (non che ci volesse molto, eh…), un sistema del genere sarebbe anche maggiormente sostenibile, perché non imporrebbe l’esecuzione di milioni di tamponi ogni giorni. Tamponi a cui nessuna Regione, né azienda, può provvedere, non potendo così garantire quel diritto al lavoro che, almeno sulla carta, la nostra Costituzione prevede. Uno dei grandi, enormi, problemi di questa follia normativa è la sua inapplicabilità nel concreto. Non è un caso che diverse realtà dichiaratesi favorevoli – se non addirittura promotrici – all’obbligo di Certificazione Verde sui luoghi di lavoro, abbiano chiesto nei giorni scorsi al Governo un rinvio di un paio di settimane dell’entrata in vigore del nuovo DL.
Altro fattore che non viene affrontato da nessuno è quello del costo economico di questa misura: quanto ci rimetterà lo Stato, in termini di minor gettito fiscale diretto e indiretto, in questi mesi di sospensione di una parte piccola, ma non irrilevante, della forza lavoro? Sarebbe doveroso, da parte del Governo, spiegare non solo le basi scientifico-giuridiche (assanti) su cui si fonda il DL “Super Green Pass”, ma anche la sostenibilità economica dell’impianto normativo. L’unico numero l’ha fornito, avventurandosi in una strampalata previsione, il Ministro Renato Brunetta. Una vera fissa la sua per la fine dello smart working nella PA, come se l’emergenza sanitaria non esistesse…
E diciamocelo in tutta franchezza: al momento, nel nostro Paese, come in tanti altri, non esiste nessuna emergenza sanitaria! Come evidenziato qualche giorno fa da Giorgio Agamben nel suo intervento, nel corso delle audizioni in Commissione Affari Costituizionali del Senato, il sospetto che questa “mostruosità giuridica” serva non a imporre surrettiziamente il vaccino con il Green Pass, quanto piuttosto a fare l’esatto contrario, ovvero a imporre il Green Pass come strumento abituale di una “nuova normalità”, sfruttando il grimaldello della campagna vaccinale anti-Covid, rischia di essere più di un pensiero da inguaribili complottisti.
92 minuti di applausi! Marco, sei un’isola di razionalità e intelligenza in sto mondo di guano
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